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Il calciatore Andrea Masiello dall’Atalanta al Genoa. Il saluto dell’Accademia dello Sport per la Solidarietà al Golden Vip 2019

Il calciatore Andrea Masiello è passato dall’Atalanta al Genoa nella sessione del calciomercato invernale 2020. L’Accademia dello Sport per la Solidarietà è legata profondamente da un rapporto di amicizia al difensore toscano, premiato con il “Golden Vip d’onore Luciana e Gianni Radici” nel 2019 e coglie l’occasione per salutare Andrea e mandargli un grosso in bocca al lupo per la sua nuova avventura.

“L’uomo lo giudichi non solo quando corre e non cade mai, ma quello vero è colui che corre, cade e ha la forza di rialzarsi -ha affermato Giovanni Licini – Caro Andrea l’Accademia dello Sport per la Solidarietà di Bergamo sarà sempre casa tua!”

Riviviamo il 2019 magico dell’Atalanta e di Andrea Masiello con il servizio dedicato al Golden Vip con Marco Bucarelli e l’intervista di Luca Bonzanni 

Andrea Masiello, caduta e rinascita: «Bergamo mi ha teso la mano, io la ripago sul campo»

Nell’abbraccio di Bergamo ha ritrovato sorriso e serenità. Guarda alla sua famiglia, alle sue bambine, ai suoi amori. Guarda alla sua squadra, ai record che partita dopo partita, mese dopo mese, l’Atalanta manda in frantumi. La storia di Andrea Masiello racconta di un sogno coronato, quello di ogni bambino che rincorre un pallone e poi diventa per davvero calciatore: l’esordio tra i professionisti con la Lucchese nel 2002/2003, il passaggio alla Juventus e il debutto – in una squadra dove c’erano Buffon, Thuram, Cannavaro, Del Piero, Ibrahimovic – in Serie A contro l’Inter, poi il lungo viaggio nell’Italia del pallone. Nel 2011, dopo l’esperienza al Bari, arriva a Bergamo all’Atalanta per essere protagonista. Poco dopo, inizia però a soffiare la tempesta del calcioscommesse e Andrea Masiello ne è travolto in pieno. Nell’aprile 2012 viene arrestato per le «combine» maturate ai tempi del Bari. «Dentro un ring o fuori», diceva Muhammad Ali, «non c’è niente di male a cadere: è sbagliato rimanere a terra». Per rialzarsi, Andrea Masiello decide di ammettere le proprie responsabilità, non nascondendo nulla e raccontando il lato oscuro del calcio. Paga il proprio conto, vive gli anni della squalifica; l’Atalanta lo aspetta: l’8 febbraio 2015, oltre mille giorni dopo l’ultima volta in campo, torna a giocare in Serie A, con la maglia nerazzurra.

La seconda vita di Andrea Masiello, 33 anni, viareggino di nascita, difensore dell’Atalanta di cui è vicecapitano, lo vede protagonista con addosso una casacca che è diventata seconda pelle. L’Europa raggiunta, le cavalcate in Coppa Italia, la simbiosi col tifo di una città che vive in maniera unica il calcio. Ma c’è anche e soprattutto il Masiello privato, l’amore per la famiglia: la moglie Alessandra, le figlie Matilde (8 anni), Aurora (5 anni) ed Eleonora (2 anni). Poi, l’impegno nella beneficenza per restituire ciò che il calcio regala: al fianco dell’Accademia dello Sport per la Solidarietà, Masiello ha trovato nuovi amici e nuovi impegni. Il premio «Vip d’onore» in memoria di Luciana e Gianni Radici racconta quest’anno una storia di errori e di rinascita.

Partiamo dall’inizio. Lei ha coronato il sogno di ogni bambino.

«Vero. Diventare calciatore è sempre stato il mio sogno, sin da piccolino. Questo ha significato tanti sacrifici, anche da bambino: rinunciare spesso alle amicizie, alle cose care, per dedicarmi totalmente al pallone. Ma quello era il mio più grande desiderio. Ne è valsa la pena».

Ricorda la prima volta che prese a calci un pallone?

«Ho iniziato a giocare vicino a casa, nella scuola calcio National: è lì che ho tirato i primi calci a un pallone. Ricordo tutti gli allenatori che ho avuto: ancora oggi, dopo tanti anni, li sento e mi fa un grande effetto, perché tornano alla mente i momenti belli, gli anni della crescita».

È sempre stato un difensore o aveva iniziato in altri ruoli?

«Da bambino, cominciai come centrocampista. Poi, durante alcuni tornei, sempre da piccolo, capitò che ci fossero tanti compagni di squadra malati. In una partita ci mancavano i difensori: allora il mister mi mise più dietro, e da lì non mi hanno più spostato. Piano piano crescevo, facevo bene, maturavo anche a livello fisico. Ho avuto la fortuna di stare sempre bene, anche da ragazzino, e questo è stato un qualcosa in più rispetto agli altri compagni di quell’età».

Dalla gavetta, arriva il debutto nel calcio che conta.

«Capitò alla Lucchese. Lì ho vissuto sette anni, ho esordito in Prima squadra e in Serie C, il primo sogno realizzato. Poi è arrivata la chiamata della Juventus, dove sono stato due anni: arrivare in una squadra di quel livello, giocare insieme a campioni straordinari, credo sia il sogno di tutti i ragazzini. Resta indimenticabile l’emozione dell’esordio in Serie A, e non in una partita qualsiasi: Juve-Inter, un match sentito, uno stadio pieno».

Ma quello non era un punto d’arrivo: era un punto di partenza. Quali sono i pensieri che passano nella testa di un giovane calciatore che si affaccia al grande calcio?

«Serve rimanere umili, sempre con i piedi per terra. Questo è fondamentale e lo è soprattutto al giorno d’oggi. A me capitò nel 2005. Mi fecero capire che l’esordio era andato bene, che ero sotto gli occhi di tutti. Ma questa è anche un’arma a doppio taglio. Va bene la gioia di aver debuttato nel modo giusto, ma se pensi di essere già “arrivato” ti fai del male da solo. Ogni giorno devi cercare di migliorare, mai abbassare la guardia. Appena lo fai, arrivano le critiche: e questa, per un calciatore, è una sconfitta».

A quale allenatore resta più legato?

«Ne ho avuto tantissimi e di tutti conservo un bellissimo ricordo. Per la mia carriera devo ringraziare in primis Osvaldo Jaconi, che mi fece esordire giovanissimi con la Lucchese nel calcio professionistico. E poi Fabio Capello, alla Juve in Serie A. È però Gian Piero Gasperini il mister che mi ha fatto esprimere al meglio. Con lui sono alla quinta stagione tra Genoa (col Grifone ha giocato tra 2007 e 2008, ndr) e Atalanta: lo conosco benissimo, mi ha fatto tirare fuori qualcosa in più, sono riuscito a mostrare il mio vero valore».

Il numero di calciatori valorizzati da Gasperini è incredibile. Qual è il segreto?

«Nel suo lavoro, trasmette la voglia di migliorarsi sempre. Quando un calciatore non crede in se stesso o non crede di poter migliorare, Gasperini riesce a cambiarlo col lavoro sul campo ma anche con la giusta carica agonistica. Ed è così che un giocatore riesce a dare ciò che forse nemmeno sa di avere dentro».

È a Bergamo dal 2011, l’esperienza più importante della sua carriera. Che cosa rappresenta questa città per lei?

«Bergamo vuol dire famiglia, per tanti motivi. Nel periodo più brutto della mia vita, l’Atalanta, la famiglia Percassi e i tifosi mi hanno teso una mano, mi hanno dato l’opportunità di rientrare più forte di prima. Più uomo. Mi hanno lasciato lavorare sereno, senza pressioni, senza stress. È stato un punto di ripartenza fondamentale. Il presidente Percassi mi ha aiutato nella difficoltà; ora credo di aver ripagato quella fiducia dando il mio contributo sul campo, con la squadra».

Le ultime tre stagioni, per l’Atalanta, hanno segnato una rivoluzione. Non più una provinciale che soffre per la salvezza, ma una squadra che se la gioca con le grandi. Cos’è cambiato?

«Parlano i numeri: è cambiato tutto. Un nuovo modo di pensare e vivere le partite ci ha portato a lottare per traguardi inaspettati. È merito del mister, della società, del gruppo, del tifo, della città: di tutti. Basta passeggiare in città per respirare un entusiasmo straordinario. Di questi anni rimarrà il ricordo in tanti bergamaschi per le trasferte in Europa, per le partite in “casa” a Reggio Emilia con uno stadio tutto nerazzurro anche a 200 chilometri da Bergamo. È una prova di grande attaccamento della città alla squadra. Per questo noi abbiamo il dovere di dare il massimo e di scendere in campo per un solo risultato: la vittoria, sempre».

Che cosa ha dato in più Gian Piero Gasperini?

«Il mister ha dato un’impronta ben precisa alla squadra. Ci ha insegnato a giocare sempre per vincere, senza fare calcoli, pensando solo a noi stessi. Siamo una squadra vera, che se la gioca sia in casa che in trasferta. Per farlo, serve un gruppo di giocatori intelligenti e motivati, con la fame per raggiungere obiettivi che difficilmente ad alcuni capiteranno ancora. Parlo per me stesso: ho 33 anni, sto vivendo uno dei momenti più belli della carriera».

Quanto conta avere una società guidata da chi il calcio lo ha conosciuto da dentro il campo, come Luca e Antonio Percassi?

«Ho molta stima e fiducia in questa famiglia. Non ci fanno mancare niente, basta guardare alle strutture di Zingonia. Il loro sangue è nerazzurro. Penso alla carica e al furore che il presidente ci trasmette quando viene al centro sportivo prima delle partite: tiene tantissimo alla squadra, noi dobbiamo portare il suo esempio».

Questi sono anni di gioie. Prima, però, Andrea Masiello ha conosciuto il buio. Il calcioscommesse, l’arresto, la squalifica. Porta ancora il peso di quegli errori?

«La mia storia ormai la conoscono tutti. In un momento difficile, sono caduto nello sbaglio. Quello di Bari era un ambiente difficile, senza una società alle spalle, da solo in mezzo agli sciacalli; sono state dette e scritte anche tante cose non vere, però non voglio trovare tanti alibi o fare la vittima. Mi sono assunto le mie responsabilità per gli sbagli commessi, di mia spontanea volontà sono andato ad autodenunciarmi di fronte a chi di dovere. A distanza di anni, dico: sbagliando s’impara, si cresce, si diventa uomini. Quando tutto iniziò, avevo 23 anni: ero acerbo, quasi un ragazzino, non avvertivo i pericoli e i rischi di ciò che quei fatti comportavano. A distanza di anni, faccio un’autocritica pesante».

 

Cosa si sente di dire ai giovani, anche ai giovani calciatori di certi contesti possono essere tentati dall’infrangere le regole?

«Devo essere sincero, preferisco guardare in casa mia e non dare lezioni. Purtroppo esistono momenti di difficoltà per ogni giocatore, soprattutto nei campionati inferiori dove non vengono pagati e non sono tutelati, vivono ambienti particolari. Ci sono organi competenti che dovrebbero aiutare questi ragazzi, perché tutti sanno delle difficoltà che ci sono in certi particolari contesti. Dal di fuori posso immaginare certi meccanismi, ma non posso permettermi di giudicare nessuno».

 

Quegli errori probabilmente le sono costati anche la nazionale maggiore.

«È normale che ogni giocatore speri in una chiamata della propria nazionale. Nel mio caso è pesato molto quello che mi è successo. Ma non me ne faccio una croce, l’importante è essermi rilanciato a Bergamo, era quella la voglia più importante. La nazionale è il sogno di tutti, mi avrebbe fatto piacere anche un semplice stage o una amichevole. Ma calcio ti dà e ti toglie».

 

Per quegli errori ha pagato il conto e poi è rientrato. Della sua seconda vita calcistica, e di questi ultimi anni di grandi risultati in particolare, quale ricordo sceglie?

«Dico la prima partita in Europa League, la mia prima in assoluto in campo internazionale, a Reggio Emilia contro l’Everton, in cui vincemmo 3-0 e io segnai il primo gol. Ma abbiamo fatto davvero tante grandi partite: col Borussia a un passo dalla qualificazione, la gara a Lione in uno stadio straordinario, i risultati incredibili in campionato. Momenti che resteranno nella storia di questo club».

 

C’è un’altra partita che è entrata nella storia. La sconfitta per 7-1 contro l’Inter, e poche ore dopo tantissimi tifosi ad abbracciarvi e a incoraggiarvi a Zingonia.

«Tendiamo a ricordare solo le belle cose, ma Bergamo è anche questa: una città che nelle difficoltà ti tende la mano. Per noi quel ko fu un trampolino di rilancio: da lì, grazie a una grande rabbia positiva, infilammo una serie di risultati che ci portò in Europa».

 

Qual è, sul campo, il sogno che Andrea Masiello vuole ancora togliersi?

«I sogni sono belli e speriamo si avverino, ma non è sempre così. Certo un sogno ce l’ho: chiudere la carriera a Bergamo. Devo tanto a tifosi, città, proprietà, perché nei miei riguardi hanno dato un grande aiuto».

 

Fuori dal campo, c’è il grande amore per la famiglia.

«Con mia moglie Alessandra, siamo molto presi dalle bambine: stanno crescendo, ci sono tanti impegni, le giornate sono belle piene. Bergamo è ormai la nostra casa, abbiamo intenzioni serie di rimanere a vivere qui anche dopo che avrò smesso col calcio. La vita delle bambine è qua, il mio lavoro è qua: stiamo bene, non ci manca niente. Vivo con gioia la crescita delle mie bambine. Specialmente Matilde, la più grande (8 anni, ndr), vive il calcio in maniera intensa: conosce ormai tanti miei compagni di squadra, segue le partite, sta capendo anche i sacrifici che questa professione comporta, come i tanti giorni lontano da casa per le partite».

 

Come ha conosciuto sua moglie?

«Successe quando giocavo nella Juve: me la presentò un amico in comune, una sera uscimmo tutti quanti insieme, e da lì nacque tutto. Quella con Alessandra è stata ed è la mia unica storia vera e importante d’amore».

 

Avete tre figlie. Una provocazione: oggi il calcio femminile sta crescendo, le piacerebbe che una delle sue figlie giocasse a pallone?

«Con Matilde ci ho provato, ma per il momento non se la sente, anche se forse la tentazione l’avrebbe. Ma non sono il tipo di genitore che obbliga i figli a fare determinate cose: deciderà lei, così come le sue sorelle».

 

Per Masiello c’è anche l’impegno nella solidarietà, al fianco dell’Accademia dello Sport. Come è nata questa amicizia?

«Ricordo la prima telefonata di Giovanni Licini, una sera di maggio dell’anno scorso, per invitarmi al torneo di tennis. Mi raccontò la storia di questa manifestazione, l’impegno per la solidarietà, i tanti risultati ottenuti. Accettai subito volentieri. Poi quella sera al torneo conobbi personalmente Giovanni e passammo una serata molto bella, all’insegna del piacere del tennis ma soprattutto della beneficenza. Questo è un premio che gratifica perché viene da una grande realtà».

 

Partecipare al torneo vuol dire contribuire a raccogliere fondi per cause importanti.

«Tendere una mano per davvero alle persone meno fortunate è un dovere morale, mi sento molto preso da questo impegno: da parte mia c’è ampia disponibilità a dedicare tempo all’Accademia, alla beneficenza, a tutte quelle attività che possano contribuire a far sentire meglio chi è nelle difficoltà».

 

Per chi vive un mondo “dorato” come quello del calcio, è anche un modo per restituire un po’ di ciò che si riceve.

«Siamo umani anche noi calciatori, va detto. Abbiamo cuore e cervello. Vero, un calciatore spesso può apparire come uno che ha tanti soldi, che non è mai disponibile a darsi da fare per gli altri, disinteressato a ciò che avviene al di fuori del proprio mondo. Invece anche i calciatori vivono le emozioni, capiscono la necessità di dedicare del tempo alle attività solidali. Tanti miei compagni infatti si prestano a dedicare tempo alle persone meno fortunate».

 

Per l’ultima domanda, lasciamo spazio all’immaginazione: come si vede Andrea Masiello tra vent’anni?

«Una volta smesso di giocare, vorrei studiare e prendere il patentino di allenatore. Sarà un bell’impegno, però mi ci vedo a lavorare sul campo. In fondo dovrò pensare anche a un domani, perché la carriera da calciatore ha un inizio e una fine. Allenare l’Atalanta? Eh, sarebbe l’ideale (sorride, ndr). Sarebbe un orgoglio anche solo allenare i ragazzini di questa società. Ma sono discorsi prematuri: adesso penso a finire il lavoro con l’Atalanta, a giocare il più possibile».