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Benedizione all’Ospedale allestito in Fiera: riflessione di Monsignor Giulio Dellavite

A margine della visita del Vescovo di Bergamo Francesco Beschi all’Ospedale da campo allestito nei padiglioni della Fiera di Bergamo, pubblichiamo un pensiero del segretario generale della Curia, Monsignor Giulio Dellavite

Un’immagine della saggezza ebraica raffigura il male come lo spezzarsi della corda che lega Dio e l’uomo. L’uomo, a forza di tirare dalla sua parte e spesso indebitamente, si trova spezzato e a terra. E Dio cosa fa? Continuano i rabbini: tende la mano all’uomo per rialzarsi, sgarbuglia la corda e fa un nodo per riallacciare il legame. Il risultato però ha anche come conseguenza che, dopo il guaio, la corda è più corda e i due estremi sono più vicini.

Ho avuto la percezione di vivere questo racconto vedendo il Vescovo che attraversava il padiglione della Fiera trasformato in Ospedale. Alpini, artigiani, atalantini al lavoro con la stanchezza sul volto e il sorriso sulle labbra. Orgogliosi del loro cuore, della loro generosità, della loro operosità. Un solo attimo di fermo totale: quello per stare insieme – uniti a distanza – per una breve preghiera e per ricevere la benedizione del Vescovo, davanti al busto del nostro Santo Papa Giovanni, anche lui sbucato, non si sa come e perché, da un magazzino della fiera dove era stato messo o forse dimenticato da qualcuno e ritrovato per coincidenza o per Dio-incidenza proprio in questa occasione. Preferisco credere che voleva esserci anche lui.

Una preghiera e una benedizione che il Vescovo ha poi voluto ripetere anche nel cuore della zona rossa, che ospiterà i casi più delicati, coloro che avranno bisogno della terapia intensiva. Mentre vedevo il Vescovo intrattenersi con chi stava lavorando e ascoltare commosso il grande lavoro, ammirando la grande testimonianza di donazione dei bergamaschi che sono riusciti a costruire in pochi giorni e gratis un ospedale, con la pelle d’oca ho trovato la risposta a due grandi domande che mi sono sentito rivolgere in questi giorni: ma Dio dove è? Ma Dio dove aveva la testa se ha lasciato succedere questa tragedia? Ma Dio non poteva darci una mano? Dio era alla Fiera di Bergamo, Dio era nel cuore di tante persone che difronte alla lacerazione, allo strappo, al trovarsi in terra che il virus ha causato, si sono trovate ancora più unite e sono riuscite a fare un miracolo. È questo Ospedale è a sua volta l’immagine di tante altre persone che in questi giorni hanno vissuto così: i medici, gli infermieri, i farmacisti, i soccorritori, le forze dell’ordine, le maestranze che pulivano, distribuivano, cucinavano, preparavano beni e servizi essenziali per i malati ma anche per tutti e per ciascuno.

E poi ci sono coloro che hanno donato le loro ricchezze o hanno condiviso i loro beni, il loro materiale, i loro soldi perché gli altri potessero lavorare al meglio. In questo modo Dio ha sgarbugliato la matassa e ha fatto un nodo che ci fa scoprire di nuovo legati e ancora più vicini, tra noi e a lui. E Dio la testa ce l’aveva proprio qui, sotto un cappello d’Alpino, sotto una mascherina, sotto un elmetto, sotto una bandana dell’Atalanta, sotto una bustina fatta con le pagine dell’Eco di Bergamo. Dio la testa ce l’aveva dove un bergamasco soffre e un altro dice “ghe pense me!” in tanti piccoli gesti di premura dagli ospedali, ai quartieri, ai pianerottoli. E Dio ce l’ha data una mano, anzi ce ne ha date tante: quella della gente che in modo divino hanno fatto il miracolo della guarigione dei malati, della condivisione dei pani del quotidiano, del risanare quelle gambe di una società che sembrava ormai paralizzata. Sono esattamente gli stessi miracoli che faceva Gesù nel Vangelo. Li fa rifatti, ha solo però usato le mani dei bergamaschi.

Ora manca solo l’ultimo, il miracolo dei miracoli: la Risurrezione, sua e nostra!