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Fabio Pezzoli, direttore sanitario dell’ASST Papa Giovanni XXIII, racconta i giorni più duri della pandemia

Fabio Pezzoli, direttore sanitario dell’ASST Papa Giovanni XXIII, confessa di aver pianto davanti a tanti contagiati e morti per il Covid.

Si sarebbe mai immaginato un evento così tragico in terra bergamasca?

«Ripercorrendo quello che è successo, ricordo che il 22 febbraio 2020 ci siamo trovati per creare l’unità di crisi interna in ospedale con dirigenti e specialisti coinvolti, in particolare infettivologi, rianimatori e pneumologi. In quei primi momenti abbiamo iniziato a capire cosa ci stava capitando: sapevamo della Cina, ma per noi era una novità».

Senza alcun preavviso iniziarono ad arrivare i primi malati.

«Dal primo caso in malattie infettive sono trascorse solo 24 ore prima di assistere ad un incremento esponenziale delle persone che si ammalavano. La conoscenza di come curarle era in itinere, anche perché sapevamo come affrontare una patologia polmonare, ma qui dovevamo affrontare un virus ancora sconosciuto. Abbiamo subito studiato quanto era stato fatto in Cina, a cui abbiamo aggiunto la nostra esperienza».

Qual è stato l’impatto della pandemia sull’organizzazione della struttura?

«Nel giro di 15 giorni abbiamo dovuto rivoluzionare l’ospedale, tenuto conto dei picchi che a metà marzo hanno portato anche 100 ingressi al giorno in pronto soccorso con patologie da Coronavirus. Su 950 posti letto totali, ne abbiamo dedicati 550 ai malati Covid».

Tutta la Bergamasca sta vivendo un momento drammatico.

«Dall’ufficio vedevo le code di ambulanze con a bordo i pazienti, in un silenzio assoluto a causa del lockdown. Le strade erano deserte e si sentiva solo il rumore delle sirene. Ogni giorno ci trovavamo con l’unità di crisi per riorganizzare l’ospedale e cancellare i ricoveri di altre patologie. Tutti i nostri dipendenti (medici, infermieri e tecnici) non si sono mai tirati indietro lavorando su turni giorni e notte per curare pazienti. Fortunatamente il nostro ospedale aveva già 72 posti letto di terapia intensiva e siamo arrivati fino a 110 letti utilizzando anche i blocchi di sala operatoria».

In base alla sua esperienza personale, quali sono state le emozioni vissute in quei giorni?

«Non ho mai vissuto momenti di guerra, ma quando scendevo in pronto soccorso e vedevo tutti quei pazienti era veramente impressionante. Di notte non riuscivo a dormire, anche perché ogni giorno i numeri aumentavano e ad un certo punto immaginavo di dover mettere le persone anche nell’Hospital Street. Tutti noi ci siamo trovati davanti a qualcosa di straordinario, ci siamo ammalati e qualcuno purtroppo è mancato. Nella prima ondata abbiamo avuto 450 morti in tre mesi ed è stato fondamentale l’aspetto umano grazie al collegamento tra i pazienti soli e i parenti a casa. Ci siamo resi subito conto che stava capitando qualcosa di di eccezionale e in quel momento Bergamo è diventata la capitale del mondo del virus. Venivamo contattati da tutti i paesi per capire cosa stava accadendo e per avere i nostri protocolli di cura. Non nego che ho pianto più volte, perché era difficile rimanere impassibili davanti a tanti giovani e anziani sotto i caschi mentre ti guardavano spaventati o intubati in terapia intensiva».

Per alleggerire la pressione sulle strutture sanitarie è stato allestito l’ospedale in fiera.

«Se dobbiamo trovare un lato positivo della pandemia è proprio la solidarietà da parte di tutti, privati, aziende e istituzioni, con ben 33 mila benefattori che non hanno fatto mancare il loro supporto, fra i quali il Vaticano e la squadra dell’Inter. Un aiuto fondamentale è arrivato dall’Accademia dello Sport per la Solidarietà, insieme agli Alpini, che ha partecipato in modo concreto per fornire l’impianto di ossigeno e la strumentazione necessaria. Grazie all’ospedale in fiera abbiamo potuto ricoverare 140 pazienti, dei quali una ventina in terapia intensiva».

Bergamo si è dunque confermata come capitale della solidarietà e del volontariato.

«Sicuramente, ho citato l’Accademia dello Sport per la Solidarietà, perché la collaborazione è in atto da anni con aiuti concreti sia per la patologia neonatale sia per il percorso disabili introdotto a Mozzo. Giovanni Licini, fondatore dell’associazione, non sta mai fermo ed è veramente un vulcano di idee in grado di portare avanti progetti molto importanti».

Oggi fortunatamente la situazione è migliorata.

«In Italia la vaccinazione sta dando i suoi effetti e dobbiamo continuare su questa strada».

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Monica Frigeni, responsabile commerciale dell’azienda Dastyflysim: l’esperienza della sua famiglia nella primavera del 2020

Monica Frigeni, responsabile commerciale dell’azienda Dastyflysim, racconta i momenti di angoscia vissuti durante il Covid-19 che ha contagiato entrambi i genitori
 
Se andiamo indietro due anni, cosa ricorda di marzo 2020, quando è scoppiata la pandemia nella nostra provincia?
 
«Proprio in quei giorni mia mamma era partita per Ischia e dopo una settimana in albergo mi ha comunicato che l’avevano chiusa in camera dicendo di non muoversi. I gestori avevano trovato un caso di positività in hotel e hanno deciso di evacuare la struttura mandando a casa le clienti scortate dalla Polizia. All’inizio non sapevamo se fosse anche lei positiva e così abbiamo deciso di portare il papà in un appartamento di villeggiatura sul lago per precauzione».
 
Una decisione che si è subito rivelata corretta.
 
«Sì, perché dopo 3 giorni la mamma ha iniziato ad avere febbre alta e tosse forte. Anche la sua dottoressa era positiva e non riusciva a visitarla, quindi abbiamo dovuto gestire una situazione molto complicata. Caso vuole, dieci giorni prima avevo conosciuto telefonicamente Giovanni Licini, il fondatore dell’Accademia dello Sport per la Solidarietà, che si è subito attivato per darci una grossa mano».
 
Ricordiamo che sono i giorni peggiori con la pandemia che ha messo letteralmente in ginocchio tutta la nostra comunità, comprese le strutture sanitarie.
 
«In ospedale erano in guerra e in un primo momento ci hanno consigliato di tenere a casa la mamma, prescrivendole un farmaco. Purtroppo però le sue condizioni si aggravavano e decisi di chiamare un’ambulanza. Ecco, era impossibile trovarne una libera, così mi sono affidata ad un servizio privato. Mia mamma però non voleva andare in ospedale, impaurita del fatto che rischiava di non vedere più i suoi cari. A casa da sola continuava a peggiorare, tanto che ho dovuto recuperare un saturimetro per monitorarla, ma a quel punto doveva scegliere se rimanere a casa e probabilmente morire o andare in ospedale per farsi curare. Decisi di richiamare l’ambulanza privata e in quel momento ho perso 10 anni di vita perché stavo facendo una cosa contro la sua volontà, con il timore di non vedere più mia mamma. L’abbiamo salutata tutti e tre i figli e le abbiamo dato il telefonino con cui tenerci in contatto».
 
A quel punto non c’era altro da fare che attendere buone nuove.
 
«Ricordo ancora come mia mamma piangesse e al pronto soccorso ci raccontava che c’era gente disperata che urlava. Dopo alcune ore di attesa è stata ricoverata in cardiologia con ossigeno. Tramite Giovanni Licini mi tenevo in contatto per essere aggiornata sulle sue condizioni di salute e fortunatamente dopo una settimana di febbre ha iniziato a migliorare. Devo ringraziare con il cuore gli operatori sanitari e in particolare il dottor Gianluigi Patelli che l’hanno coccolata durante le 3 settimane in ospedale, a cui è seguito il trasporto in una struttura esterna aspettando che diventasse negativa».
 
 
Come ha vissuto suo papà in queste lunghe settimane di preoccupazione?
 
«E’ stato da solo per 3 mesi con il parkinson in un villaggio deserto a Sirmione. Nonostante tutto è stato bravissimo e ogni giorno faceva la sua ginnastica, compresi 2 mila passi rigorosamente in casa. E’ stata una dura prova per tutti noi, mia mamma ha rischiato di morire e in ospedale sentiva continuamente storie di lutti. Fortunatamente abbiamo conosciuto Giovanni Licini, a capo di un gruppo straordinario di volontari, che mi rispondeva anche alle 4 di notte e in quel periodo non è mai stato fermo, recuperando tutti i giorni dispositivi, respiratori e la tac mobile arrivata dall’Olanda. Con la nostra azienda abbiamo deciso di contribuire sia per la strumentazione sia per i gel disinfettanti».
 
La vostra produzione è fra quelle che non si è mai fermata.
 
Sì e devo ringraziare tutti i nostri dipendenti che hanno compreso quanto fosse importante dare il nostro contributo in un momento così tragico per tutta la Bergamasca. Tutti hanno lavorato doppio turno per produrre gel disinfettanti da distribuire agli ospedali, alle forze dell’ordine e ai Comuni della Bergamasca. Ricordo che andavo in azienda e non c’era in giro nessuno».
 
Qualche mese più tardi anche suo papà ha contratto il Covid.
 
«A febbraio 2021, quasi un anno dopo rispetto a mia mamma, anche il papà ha preso il Covid durante la riabilitazione in una struttura ospedaliera. Dopo essere stato portato in ambulanza a Seriate, è stato trasferito ad Alzano con la polmonite. Trascorse tre settimane di cure, ha concluso la degenza a Gazzaniga. In queste esperienze ho potuto toccare con mano come il personale ospedaliero abbia dovuto affrontare un fenomeno troppo grande, rispondendo con grande forza e coraggio, indispensabili per salvare tantissime vite umane, comprese quelle dei miei genitori».
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Gianluigi Patelli: l’arrivo della tac mobile dall’Olanda, simbolo di speranza nella pandemia

Gianluigi Patelli, primario di Radiologia all’Ospedale di Seriate, ripercorre i momenti più drammatici dell’emergenza sanitaria, con medici e infermieri impegnati senza sosta contro un nemico sconosciuto
 
Cosa ricorda delle ore successive allo scoppio della pandemia?
 
«Beh, mi viene ancora la pelle d’oca a pensarci. Ci siamo trovati a gestire un fenomeno veramente difficile da combattere. Ricordo che una sera mi telefonò Giovanni Licini, insieme a due imprenditori dell’Accademia dello Sport per la Solidarietà, Beppe Panseri e Claudio Bombardieri. Subito mi chiesero di cosa avessi bisogno e nel giro di due giorni mi sono trovato fuori dalla porta dell’ospedale una tac di fascia molto alta arrivata dall’Olanda. Teniamo presente che ne esistono solo due in Europa e noi abbiamo avuto a disposizione la migliore. Qualcuno definirebbe questo percorso come fortunoso, ma io credo che ci sia stata la Provvidenza ad aiutarci».
 
Grazie alla tac si è riusciti a curare e a salvare la vita ad un altissimo numero di persone.
 
«Sì, anche perché vivevamo giornate dove arrivava una quantità numerica di pazienti che non poteva essere gestita con le armi di cui disponevamo normalmente. I tamponi non erano sufficienti e il pronto soccorso era letteralmente intasato. La pandemia è per definizione un evento incontrollabile e la situazione che stavamo vivendo richiedeva supporti straordinariamente superiori rispetto alle dotazioni standard. La nostra azienda sanitaria non fa solo attività di routine, ma anche ricerca, tanto che alcune procedure di radiologia interventistica, come l’ablazione della prostata tramite laser, hanno fatto scuola nel mondo».
 
Durante l’emergenza sanitaria sono state fondamentali le donazioni ricevute.
 
«Esattamente e l’Accademia dello Sport per la Solidarietà ha avuto un ruolo primario, con Giovanni Licini che ha coordinato al meglio l’attività di solidarietà. Ebbene, si è creata una coniugazione perfetta, come due calamite attaccate, che ha permesso di utilizzare istantaneamente le donazioni ricevute, supportando immediatamente gli operatori sanitari e gli ospedali nelle diverse esigenze. Abbiamo parlato della tac, ma in quei giorni sono arrivati anche altri dispositivi indispensabili, come respiratori, caschi Cpap, flussimetri e medicinali come il curaro».
 
Un encomio va sicuramente a tutti gli operatori sanitari che non hanno mai mollato, salvando ogni giorno numerose vite umane.
 
«Sono stato in ospedale dalla mattina alla sera, dal 24 febbraio e fino a luglio, compresi sabati e domeniche. In tutto questo tempo ho notato come tutti i colleghi abbiano lavorato con il sorriso e senza far pesare la fatica. Devo dire che si è creato uno spirito di squadra che non mi è mai capitato di vedere».
 
 
Bergamo in quei giorni ha affrontato per prima questa terribile malattia, facendo anche scuola per la comunità scientifica.
 
«Mi sono subito messo in contatto con il presidente della società di radiologia medica e interventistica, in modo da produrre i risultati delle tac con la pubblicazione dei lavori e le conseguenti collaborazioni scientifiche. A livello operativo, una volta arrivata la tac mobile dall’Olanda, abbiamo creato una chat in Whatsapp con i medici di famiglia sul territorio. Grazie alla veloce diagnosi eravamo infatti in grado di informare sulle condizioni del singolo assistito e decidere se ricoverarlo in ospedale o curarlo a casa. Tutto è stato possibile grazie all’ingrediente vincente della solidarietà».
 
E, lo ribadiamo, grazie all’impegno profuso senza sosta da medici e infermieri.
 
«A questo proposito ho un ricordo molto personale vissuto durante l’emergenza sanitaria. Mia mamma si è ammalata proprio in quel periodo ed è mancata a causa del Covid. Nei suoi ultimi giorni di vita mancava l’ossigeno ed io ero impegnato per curare decine di malati. Non potendo abbandonare l’ospedale l’ho affidata a Giovanni Licini e, come mi piace ricordare, in questo modo mia mamma ha avuto l’ultimo bicchiere d’acqua e il poco ossigeno rimasto per andarsene serena».
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I giorni più difficili raccontati da Roberto Keim, primario di Rianimazione dell’ospedale di Seriate

Roberto Keim, primario di Rianimazione dell’ospedale di Seriate, ripercorre i momenti più tragici e concitati dell’emergenza sanitaria vissuta in Bergamasca. Grazie alla generosità di tanti imprenditori, riuniti nell’Accademia dello Sport per la Solidarietà, è stato possibile curare centinaia di pazienti.

Tutti noi ricordiamo le code fuori dai pronto soccorso e all’interno delle strutture sanitarie i posti letto non erano sufficienti per accogliere e curare la moltitudine di bergamaschi contagiati.

 

«Solo a Seriate siamo arrivati ad avere 100 malati al pronto soccorso, quando normalmente si ha una capienza massima di 30 o 40 persone. Il numero di pazienti affetti da insufficienza respiratoria ci ha obbligati ad ampliare i posti letto in terapia intensiva e sub intensiva. Posso affermare che siamo riusciti a compiere un miracolo, perché nel giro di 15 giorni abbiamo quadruplicato la terapia intensiva, grazie ad un immenso sforzo tecnico, logistico e operativo».

 

 

Oltre agli spazi fisici, dove ospitare letti e pazienti, il problema era quello di reperire anche le attrezzature.

 

«Il nostro dipartimento era fortunatamente ben dotato, ma è chiaro che abbiamo dovuto andare alla ricerca di ventilatori e dei famosi caschi C-pap. Abbiamo raggiunto i 60 trattamenti in contemporanea e i dispositivi sono stati utilizzati per i pazienti che necessitavano di un’assistenza meno invasiva. Sui 240 posti letto, calcolando anche le terapie intensive, in due settimana ci siamo trasformati in un ospedale esclusivamente Covid. Le attrezzature mediche indispensabili per il trattamento dei pazienti, non sono certo saltate fuori dal cilindro. Le aziende non avevano scorte sufficienti e i presidi venivano richiesti da tutte le strutture ospedaliere lombarde e italiane».

 

E’ in questo momento che si è scatenata la generosità di tutti i bergamaschi e di molti imprenditori, che hanno permesso di recuperare in breve tempo le attrezzature necessarie.

 

«Dobbiamo veramente ringraziare le aziende orobiche che si sono avvicinate all’Accademia dello Sport per la Solidarietà sovvenzioni e dispositivi vitali. Con Giovanni Licini, fondatore dell’associazione, si è instaurato un rapporto continuo, che ha permesso di comprendere le nostre esigenze e di trovare soluzioni nell’interesse di tutta la comunità».

 

 

Quali sono state le criticità maggiori?

 

«Per far funzionare caschi e ventilatori serviva tanto ossigeno, di conseguenza andava cambiata e potenziata la centrale di erogazione per assistere tutti i ricoverati, ma lo stesso discorso vale anche per i flussimetri. Alle aziende, molte delle quali bergamasche, che hanno incrementato la produzione H24 va tutto il nostro plauso, perché insieme agli operatori sanitari hanno permesso di curare e salvare centinaia di vite umane.

 

Il periodo pandemico è stato caratterizzato da diversi miracoli, come nel caso del reperimento dei farmaci cosiddetti “Curari”, indispensabili per addormentare i pazienti e permettere la pronazione e una migliore respirazione nei casi più gravi. Proprio parlando con Giovanni Licini, abbiamo scoperto che sul nostro territorio esisteva una realtà che commercializzava le fiale di curaro. Teniamo presente che durante la prima ondata avevamo un’ottantina di pazienti intubati per 15/20 giorni e che necessitavano di più cicli di pronazione per poter respirare meglio. Per uno scherzo del destino, il medicinale che ci è stato donato dall’azienda bergamasca è servito per salvare la vita a tanta gente, ma anche dello stesso imprenditore donatore, che nel frattempo aveva contratto il Covid. Infine è doveroso ricordare l’arrivo, grazie alla disponibilità dell’Accademia dello Sport per la Solidarietà, in accordo con il dottor Gianluigi Patelli, primario di radiologia a Seriate, della tac mobile proveniente dall’Olanda. I tamponi richiedevano tempi di attesa lunghi, mentre una radiografia dei polmoni permetteva di stabilire subito lo stato di salute del paziente e iniziare di conseguenza le terapie».

 

Dal punto di vista umano, cosa rimane della battaglia combattuta contro la pandemia?

 

«Ci ha toccato molto perdita di colleghi medici e infermieri, che hanno lavorato con noi e che purtroppo abbiamo visto morire. Durante i ricoveri non abbiamo mai fatto mancare il nostro supporto ai pazienti ricoverati, ma abbiamo anche instaurato un rapporto umano con le famiglie, che ci affidavano i loro cari senza poterli venire trovare e in molto casi non li rivedevano più perché nel frattempo morivano. Chiudo dicendo che dobbiamo essere grati alla scienza, che ha compiuto un vero miracolo, realizzando un vaccino che ci sta consentendo di tornare a vivere normalmente».

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La solidarietà è un pilastro della nostra comunità: la testimonianza del Sindaco di Scanzo Davide Casati

 
Il sindaco di Scanzorosciate, Davide Casati, ripercorre i 40 giorni più tragici dell’emergenza sanitaria, sottolineando l’impegno dimostrato da moltissimi cittadini e imprenditori
Sono trascorsi ormai due anni dallo scoppio della pandemia. Cosa le è rimasto di quei giorni?
 
«Ricordo, come fosse ieri, le strade completamente vuote. In qualità di sindaco avevo la possibilità di girare per le vie e le piazze deserte, ma non mi sono mai sentito solo, perché dalle finestre e sui balconi si affacciavano tutti i miei concittadini, in cerca di certezze. Un’altra immagine che rimarrà indelebile nella mia memoria è la coda delle pompe funebri fuori dagli uffici comunali per le denunce di morte».
 
Come trascorrevano le sue giornate da sindaco?
 
«Ero a completa disposizione del mio paese, innanzitutto per dare parole di conforto a tutti coloro che mi telefonavano, a partire dai parenti dei tantissimi defunti. Mi sentivo molto spesso anche con Giovanni Licini, fondatore dell’Accademia dello Sport per la Solidarietà, che mi chiedeva come poteva essere d’aiuto per la nostra comunità, oltre che per il resto della Bergamasca, facendo da raccordo con le strutture sanitarie. Sono state giornate frenetiche e drammatiche, tenendo presente che tutto si è concentrato in 40 giorni, tra marzo e i primi giorni di aprile. Purtroppo abbiamo perso tanti cittadini e anche numerosi ospiti della nostra casa di riposo».
 
Il Comune è insomma riuscito a stare vicino alla cittadinanza.
 
«Oltre alla presenza delle istituzioni, sono stati molto importanti i messaggi sui social network e le chiamate tramite il sistema informatico alle case di tutti, in modo da far sentire la voce del sindaco e la vicinanza dell’amministrazione comunale».
 
Nella drammaticità del momento abbiamo assistito ad un dispiegamento di forze per contrastare la pandemia.
 
«Anche a Scanzorosciate abbiamo attivato le reti di volontariato, che si sono rese subito rese disponibili. Se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, non siamo mai stati soli e tutti insieme, dai ragazzi agli anziani, abbiamo dato una mano alla nostra comunità».
 
 
Volontariato e generosità hanno aiutato ad uscire dall’emergenza.
 
«A Scanzo abbiamo la fortuna di avere tanti imprenditori generosi, oltre a Giovanni Licini, che è anche cittadino benemerito. Molte aziende hanno donato soldi che il Comune ha utilizzato per i servizi sociali o i dispositivi di protezione individuale, distribuiti nelle case di riposo, ai medici di base e in tutte le case. Nulla era scontato, ma tutta la comunità ha dimostrato che è possibile collaborare pensando soprattutto agli altri, donando loro un sorriso e tanta fiducia. Questo è il vero pilastro sul costruire la ripartenza».
 

La testimonianza del Sindaco di Scanzorosciate Davide Casati

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L’aiuto alla Bergamo ferita direttamente dal territorio: l’esperienza di Roberto Paratico, direttore generale della Flow-Meter Spa

 
Roberto Paratico, direttore generale della Flow-Meter Spa, è sceso in campo con la sua azienda per fornire migliaia di strumentazioni indispensabili per garantire ossigeno e gas medicinali ai malati di Covid.
Sono trascorsi due anni dall’arrivo della pandemia nella nostra provincia. Cosa si ricorda di quei momenti?
 
«La nostra azienda si è messa subito a disposizione in modo da trovare soluzioni per tutto ciò che riguardava la fornitura di ossigeno e gas medicali. Gli ospedali necessitavano non solo di apparecchiature come flussimetri o sistemi di ventilazione non assistita, ma tutto il materiale per l’erogazione. Le giornate erano concitate, perché era necessario trasformare i reparti delle strutture sanitarie in sub intensiva. Chiaramente gli impianti non erano dimensionati e noi abbiamo fatto di tutto per realizzare gli ampliamenti necessari in modo da erogare ossigeno al maggior numero di pazienti. Non ci siamo mai fermati e ricevevo anche 15 o 20 telefonate ogni giorno da Giovanni Licini, fondatore dell’Accademia dello Sport per la Solidarietà, che era in prima linea per risolvere i problemi nel più breve tempo possibile. Uno tsunami inaspettato stava facendo volare via i nostri cari, e gli amici, sia giovani che anziani».
 
 
La vostra azienda, specializzata in attrezzature medicali, ha fatto letteralmente gli straordinari.
 
«In tre mesi sono stati profusi enormi sforzi per assistere tutti i malati, a partire dai nostri anziani, che rischiavano di morire perché mancavano le bombole di ossigeno. Ricordiamo anche l’ospedale distaccato in fiera, dove abbiamo realizzato un impianto di distribuzione di gas medicinali in una settimana e donato tutte le attrezzature necessarie. I nostri caschi Cpap sono stati validati anche negli Stati Uniti, mettendo a disposizione questa tecnologia per il trattamento dei pazienti critici.
 
Eravamo costretti a dover operare il triplo dei ritmi normali e abbiamo convertito la produzione sulla strumentazione per l’erogazione dell’ossigeno. D’altronde, dovevamo accontentare le esigenze del nostro territorio e di tutta Italia e abbiamo interrotto le forniture estere. Non dimenticherò mai la fila delle auto di servizio mandate dagli ospedali che aspettavano la consegna delle attrezzature salva vita. Teniamo presente che ci siamo ritrovati a produrre anche 5 mila flussimetri ogni settimana. Con orgoglio abbiamo lavorato a stretto contatto con i medici, impegnati direttamente sul campo, pur rimanendo in seconda linea e di conseguenza più protetti rispetto agli operatori sanitari. In qualche mese siamo riusciti a riportare, non tanto la serenità, che manca ancora oggi, ma quantomeno una condizione gestibile
 
I bergamaschi non si sono certo piegati davanti alla ferocia del virus, dimostrando grande solidarietà.
 
«Nella nostra provincia il volontariato, a partire dall’Accademia dello Sport per la Solidarietà, capitanata da Giovanni Licini, ha rappresentato un esempio per tutti. Nei momenti più concitati gli imprenditori sono rimasti uniti da un collante che ha permesso di salvare tantissime vite umane. La tac mobile portata al Bolognini di Seriate ha permesso una diagnosi tempestiva, quando ancora i tamponi o i sistemi per le analisi sui pazienti erano ancora contenuti. In tantissimi hanno donato denaro per realizzare opere e strutture per la comunità bergamasca, mentre i volontari hanno lavorato senza sosta per settimane. Dobbiamo alzarci in piedi per applaudire questa grande generosità, dai tifosi dell’Atalanta agli imprenditori che hanno messo a disposizione tuto quello che avevano pur di dare una mano agli altri».
 
 
Le immagini di Bergamo, ma anche la reazione della nostra comunità, hanno fatto il giro del mondo.
 
«Il ricordo rimarrà indelebile nella mia memoria e tutti noi confidiamo che torni presto il sole dopo la tempesta. Abbiamo dimostrato come sono le condizioni più difficili a rendere le cose straordinarie».
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La testimonianza diretta di Emilio Bailo: il pronto soccorso come un inferno dantesco

La testimonianza diretta di Emilio Bailo

Riviviamo l’emergenza sanitaria in Bergamasca. Emilio Bailo racconta la sua esperienza diretta con il Covid-19.
Cosa ricorda di quei giorni terribili, nella prima ondata della pandemia che ha sconvolto la Bergamasca a marzo 2020?
«Non è semplice parlare di questa esperienza, perché mi ha segnato più di tante altre nella mia vita. Io e mia moglie abbiamo iniziato ad avere i primi sintomi nei primi giorni di marzo 2020. Più passava il tempo e più crescevano i problemi, avevamo febbre e tosse ed era difficile ricevere risposte e supporto dal medico di base».
Visto il peggiorare delle vostre condizioni di salute, dalla vostra abitazione siete stati costretti ad andare in ospedale.
«Ad un certo punto è arrivata una telefonata provvidenziale da parte di mio cognato, che ci ha portato al Bolognini di Seriate per una Tac. Ci siamo infilati in macchina e nel deserto del lockdown, da Ponte San Pietro siamo arrivati alla struttura sanitaria di Seriate. Gli esami hanno subito sentenziato che soffrivamo di una polmonite interstiziale».
 
Stiamo parlando dei giorni peggiori della pandemia in Bergamasca, dove tutti ricordiamo le code fuori dagli ospedali. Come avete vissuto l’esperienza del ricovero?
«Nel mese di degenza, l’esperienza più drammatica è stata sicuramente al pronto soccorso del Bolognini di Seriate dove ci siamo trovati in un autentico inferno dantesco. Si vedevano persone accatastate su letti improvvisati che riempivano tutti gli spazi. I pazienti più anziani urlavano chiedendo aiuto e il personale sanitario correva da un malato all’altro. Dopo un giorno ci hanno trovato posto in reparto e hanno iniziato le cure».
In quella fase era impossibile avere contatti con amici e parenti. Come avete trascorso l’isolamento?
«Fortunatamente ero vicino a mia moglie e mi hanno aiutato molto i social. Grazie alla mia vasta rete di conoscenze e familiari (ho sei fratelli) ho ricevuto un supporto psicologico fondamentale tra messaggi e telefonate».
Passato il peggio, lei è stato portato in una seconda struttura sanitaria per completare il ciclo di cure.
«Sì, una volta dimesso dal Bolognini, sono stato accompagnato alla rsa di Scanzorosciate, un luogo ameno e blindato, prima di rientrare con grande emozione, a seguito del doppio tampone negativo, nella mia abitazione».
Cosa le ha lasciato dentro questa terribile esperienza?
«Innanzitutto il comportamento encomiabile di tutti gli operatori sanitari, in particolare delle infermiere, che hanno dimostrato tutta la loro professionalità ed empatia nei confronti dei pazienti. Un ruolo fondamentale l’ha svolto anche l’Accademia dello Sport per la Solidarietà con Giovanni Licini. In estate abbiamo trascorso qualche giorno di vacanza al sud Italia e ho incontrato diverse persone, da chi mi ha chiesto se ciò che aveva visto in televisione era veramente successo, ad alcuni giornalisti della Rai che, con le lacrime agli occhi, mi hanno espresso tutta la loro vicinanza per la tragedia vissuta in Bergamasca. Auspico una sola cosa: che i negazionisti si fidino di più della scienza.
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Monsignor Giulio Dellavite: la prossimità della Chiesa di Bergamo durante la pandemia

 
Monsignor Giulio Dellavite, Segretario generale della Curia di Bergamo, ripercorre i momenti più tragici della pandemia. In quei giorni tragici la prossimità, una parola di conforto e la benedizione dei medici agli ammalati, hanno permesso, grazie a semplici gesti, di alleviare dolore e sofferenze. Proseguiamo la raccolta dei ricordi dei primi mesi del 2020.
 
In un momento tragico per tutta la Comunità bergamasca, qual è stato il primo pensiero della nostra Chiesa?
 
«Una delle priorità che il Vescovo Francesco Beschi ha avuto durante la pandemia, soprattutto nel boom della prima ondata, è stato quello della prossimità, cioè di cercare di essere presenti il più possibile, tramite lo slogan «Uniti a distanza». Nei giorni della malattia, tutto distanziava, creava divisione e lontananza. Ogni domenica in Cattedrale veniva celebrata una Messa, mentre a metà settimana il Vescovo recitato un rosario nelle chiese della provincia. Con lui non c’era nessuno, ma la diretta televisiva dai diversi paesi della pianura e delle valli era un modo per essere prossimi a tutto il territorio».
 
 
La Chiesa e molte associazioni della Bergamasca si sono attivate per stare vicine ai più deboli e per portare loro conforto.
 
«La prossimità era rappresentata dai gesti più concreti dell’Accademia dello Sport per la Solidarietà, così come di altre associazioni, che hanno permesso di smuovere incredibili forze. Ma ricordiamoci anche dei tanti vicini di casa che si sono occupati di fare la spesa ad amici, parenti e conoscenti che in quei giorni erano ammalati, partendo dalle piccole cose. Nel momento peggiore della pandemia era molto importante anche ricevere una telefonata e la nostra Curia ha organizzato un servizio di ascolto con 60 preti, oltre a personale laico, in modo da rispondere alle numerose chiamate. Tanti anziani, ma anche giovani, avevano bisogno di supporto e la prossimità è stata indispensabile per superare la burrasca, nella quale la barca della famiglia ha sicuramente tenuto. I genitori sono stati molto presenti, assistendo i propri figli nella didattica a distanza, ma in quei giorni tutta la società è diventata famiglia, così come la Chiesa, che è entrata nelle case con le celebrazioni».
 
 
Il Vescovo di Bergamo, Francesco Beschi, ha sostenuto anche tutto il personale sanitario, autorizzando medici e infermieri a benedire i malati.
 
«E’ stata una bellissima decisione, nata dal nostro Vescovo Francesco, che insieme a tutti i Vescovi della Lombardia, ha permesso a tante persone un grande gesto di vicinanza. Mi ha molto colpito il discorso di un medico che si dichiarava ateo, che ha raccontato come, nei momenti più concitati dell’emergenza sanitaria, le cure non bastavano e mancava completamente il contatto fisico con in pazienti. Ebbene, anche secondo lui l’ultima cura che potevano dare gli operatori sanitari era proprio la benedizione. Non si sarebbe mai aspettato che anche per lui, che era ateo, dire bene e una maggiore vicinanza a Dio, avrebbe rappresentato un dono unico e prezioso. Medici e infermieri sono diventati benedizione, presenza e mano di Dio. In quei giorni moltiplicavano il pane, guarivano i malati e scacciavano i demoni, la sofferenza e la paura, esattamente come i miracoli di Gesù».

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Monsignor Giulio Dellavite

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