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I giorni più difficili raccontati da Roberto Keim, primario di Rianimazione dell’ospedale di Seriate

Roberto Keim, primario di Rianimazione dell’ospedale di Seriate, ripercorre i momenti più tragici e concitati dell’emergenza sanitaria vissuta in Bergamasca. Grazie alla generosità di tanti imprenditori, riuniti nell’Accademia dello Sport per la Solidarietà, è stato possibile curare centinaia di pazienti.

Tutti noi ricordiamo le code fuori dai pronto soccorso e all’interno delle strutture sanitarie i posti letto non erano sufficienti per accogliere e curare la moltitudine di bergamaschi contagiati.

 

«Solo a Seriate siamo arrivati ad avere 100 malati al pronto soccorso, quando normalmente si ha una capienza massima di 30 o 40 persone. Il numero di pazienti affetti da insufficienza respiratoria ci ha obbligati ad ampliare i posti letto in terapia intensiva e sub intensiva. Posso affermare che siamo riusciti a compiere un miracolo, perché nel giro di 15 giorni abbiamo quadruplicato la terapia intensiva, grazie ad un immenso sforzo tecnico, logistico e operativo».

 

 

Oltre agli spazi fisici, dove ospitare letti e pazienti, il problema era quello di reperire anche le attrezzature.

 

«Il nostro dipartimento era fortunatamente ben dotato, ma è chiaro che abbiamo dovuto andare alla ricerca di ventilatori e dei famosi caschi C-pap. Abbiamo raggiunto i 60 trattamenti in contemporanea e i dispositivi sono stati utilizzati per i pazienti che necessitavano di un’assistenza meno invasiva. Sui 240 posti letto, calcolando anche le terapie intensive, in due settimana ci siamo trasformati in un ospedale esclusivamente Covid. Le attrezzature mediche indispensabili per il trattamento dei pazienti, non sono certo saltate fuori dal cilindro. Le aziende non avevano scorte sufficienti e i presidi venivano richiesti da tutte le strutture ospedaliere lombarde e italiane».

 

E’ in questo momento che si è scatenata la generosità di tutti i bergamaschi e di molti imprenditori, che hanno permesso di recuperare in breve tempo le attrezzature necessarie.

 

«Dobbiamo veramente ringraziare le aziende orobiche che si sono avvicinate all’Accademia dello Sport per la Solidarietà sovvenzioni e dispositivi vitali. Con Giovanni Licini, fondatore dell’associazione, si è instaurato un rapporto continuo, che ha permesso di comprendere le nostre esigenze e di trovare soluzioni nell’interesse di tutta la comunità».

 

 

Quali sono state le criticità maggiori?

 

«Per far funzionare caschi e ventilatori serviva tanto ossigeno, di conseguenza andava cambiata e potenziata la centrale di erogazione per assistere tutti i ricoverati, ma lo stesso discorso vale anche per i flussimetri. Alle aziende, molte delle quali bergamasche, che hanno incrementato la produzione H24 va tutto il nostro plauso, perché insieme agli operatori sanitari hanno permesso di curare e salvare centinaia di vite umane.

 

Il periodo pandemico è stato caratterizzato da diversi miracoli, come nel caso del reperimento dei farmaci cosiddetti “Curari”, indispensabili per addormentare i pazienti e permettere la pronazione e una migliore respirazione nei casi più gravi. Proprio parlando con Giovanni Licini, abbiamo scoperto che sul nostro territorio esisteva una realtà che commercializzava le fiale di curaro. Teniamo presente che durante la prima ondata avevamo un’ottantina di pazienti intubati per 15/20 giorni e che necessitavano di più cicli di pronazione per poter respirare meglio. Per uno scherzo del destino, il medicinale che ci è stato donato dall’azienda bergamasca è servito per salvare la vita a tanta gente, ma anche dello stesso imprenditore donatore, che nel frattempo aveva contratto il Covid. Infine è doveroso ricordare l’arrivo, grazie alla disponibilità dell’Accademia dello Sport per la Solidarietà, in accordo con il dottor Gianluigi Patelli, primario di radiologia a Seriate, della tac mobile proveniente dall’Olanda. I tamponi richiedevano tempi di attesa lunghi, mentre una radiografia dei polmoni permetteva di stabilire subito lo stato di salute del paziente e iniziare di conseguenza le terapie».

 

Dal punto di vista umano, cosa rimane della battaglia combattuta contro la pandemia?

 

«Ci ha toccato molto perdita di colleghi medici e infermieri, che hanno lavorato con noi e che purtroppo abbiamo visto morire. Durante i ricoveri non abbiamo mai fatto mancare il nostro supporto ai pazienti ricoverati, ma abbiamo anche instaurato un rapporto umano con le famiglie, che ci affidavano i loro cari senza poterli venire trovare e in molto casi non li rivedevano più perché nel frattempo morivano. Chiudo dicendo che dobbiamo essere grati alla scienza, che ha compiuto un vero miracolo, realizzando un vaccino che ci sta consentendo di tornare a vivere normalmente».